Dharana: ritorno al centro

 

 

Lo yoga è l'arresto dei vortici mentali

Patanjali Yoga Sutra I, 2

 

In questo sutra lo yoga viene definito come pratica di pacificazione mentale.
L'immagine del vortice richiama efficacemente lo stato di agitazione dispersiva in cui si trova la mente in condizioni ordinarie: gran parte della sua attività ha come unico scopo quello di difendere l'io, nei confronti di minacce che nella maggior parte dei casi sono del tutto immaginarie. Costantemente preoccupata dalla difesa di se stessa, la mente, come un animale irrequieto, corre da un pensiero all'altro reagendo agli stimoli esterni e ai movimenti dell'inconscio in modo frenetico e per lo più inefficace. Inoltre, se vi prestiamo veramente attenzione, ci rendiamo conto facilmente che il flusso ininterrotto dei pensieri e delle rappresentazioni mentali, molte delle quali sono cariche di negatività e costituiscono la nostra principale fonte di sofferenza, avviene in modo del tutto incontrollato e indipendente dalla nostra volontà.
Uno degli strumenti fondamentali per placare questi vortici mentali è Dharana. Questo termine, in sanscrito, significa sostegno, mantenimento, coesione; nello yoga indica l'arte di far convergere l'attenzione e l'energia mentale su un unico oggetto, restituendo così unità alla coscienza dispersa.
Solitamente Dharana viene tradotta in italiano con il termine "concentrazione", che purtroppo rischia di essere un po' fuorviante, perchè suggerisce l'idea di una tensione, di una specie di "crampo" dell'attenzione. In realtà lo scopo ultimo di Dharana non è certo una contrazione, ma piuttosto un'allargamento della coscienza: sarebbe quindi più corretto usare i termini "focalizzazione" o "centratura", che suggeriscono maggiormente l'idea che la stabilizzazione della mente intorno al centro sia mantenuta grazie alla forza di attrazione del centro stesso, piuttosto che attraverso una tensione della volontà individuale.
Dharana si può esercitare centrando la propria attenzione su un oggetto qualsiasi, scelto come supporto. Nella pratica proposta nei corsi sono utilizzati sia supporti interni (focalizzazione sul respiro, su parti del corpo, su sensazioni interne, il più delle volte legate alla pratica di asana), sia, a volte, esterni (ad esempio la luna piena, la fiamma di una candela, semplici simboli geometrici). Viene utilizzata, di tanto in tanto, anche la focalizzazione su immagini interne visualizzate dal praticante. In ogni caso, sono tassativamente evitati tutti i supporti che possano veicolare contenuti religiosi o pesanti riferimenti culturali, magari appartenenti al mondo indiano e quindi molto lontani dalla sensibilità della maggior parte degli allievi. Questo sia per motivi di rispetto e correttezza nei loro confronti, sia per la dubbia efficacia di una pratica che utilizzi immagini e simboli carichi di affettività, che possono suscitare a seconda dei casi attaccamento o avversione e non sono quindi particolarmente indicati per una pratica di pacificazione mentale.