Le origini dello yoga

 

 


Un'antica e misteriosa cultura

La nascita della civiltÓ ind¨

Il rituale vedico

Dal rito esteriore al rito interiore

Gli yogin nella societÓ ind¨


Narra il mito che un giorno il dio Shiva, seduto sulla spiaggia di un'isola, stesse istruendo la sua sposa Parvati sulla pratica dello yoga, non accorgendosi per˛ di un piccolo pesce che, nascosto tra le onde che si infrangevano sul bagnasciuga, ascoltava rapito tutte le sue parole. Quando i due dÚi si resero conto della presenza del piccolo intruso era troppo tardi: questi si era giÓ dileguato tra i flutti, portando con sÚ tutti i segreti che aveva appreso. Il pesciolino nuot˛ per chilometri e chilometri, mentre elaborava e metteva a frutto dentro di sÚ gli insegnamenti che aveva carpito a Shiva. Tale era la potenza di questi insegnamenti che il pesciolino, nel breve spazio del suo viaggio a nuoto, pass˛ attraverso tutte le tappe del percorso evolutivo finchÚ, quando al termine del viaggio giunse a riva, sul continente, si era infine trasformato in un uomo. Quest'uomo, che si chiam˛ Matsyendra (
Matsya in sanscrito significa "pesce"), fu il primo yogin della storia, e attraverso il suo insegnamento la scienza dello yoga potÚ essere conosciuta dagli esseri umani.

Con questo delizioso mito indiano sull'ingresso dello yoga nella storia umana speriamo di evocare, almeno in minima parte, il profumo del mondo in cui lo yoga Ŕ nato: una cultura strabordante di miti, simboli, forme, rappresentazioni, da cui Ŕ difficile estrarre degli elementi utili a darne una definizione univoca.

Nelle righe che seguono verrÓ fatto qualche cenno storico e culturale alle origini della cultura ind¨ e dello yoga all'interno di questa, senza dimenticare il debito dello yoga anche nei confronti di civiltÓ precedenti.
L'esposizione sarÓ tanto sintetica quanto parziale e incompleta, ma mi auguro che possa fornire a chi si avvicina allo yoga qualche coordinata minima, utile a inserire questa pratica nel contesto in cui Ŕ nata. Spesso infatti, in Occidente, questo contesto viene ignorato, presentando lo yoga come pura tecnica o, peggio, come veritÓ immutabile fuori dal tempo. In realtÓ esso Ŕ giunto fino a noi attraverso un lungo percorso che l'ha visto differenziarsi in molte forme, in funzione delle diverse epoche e tradizioni in cui si sviluppava (vedi l'articolo "quale yoga?"), in un viaggio non meno avventuroso e affascinante di quello compiuto dallo scaltro pesciolino del mito.

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Un'antica e misteriosa cultura

Questo viaggio ha inizio sulle rive del fiume Indo, tra il terzo e il secondo millennio avanti Cristo, epoca cui sono fatti risalire i pi¨ antichi reperti archeologici finora ritrovati con rappresentazioni collegabili in qualche modo allo yoga. Poco o nulla si sa della civiltÓ fiorente ed evoluta che a quel tempo si era sviluppata nella valle dell'Indo. I ritrovamenti testimoniano per˛ la presenza, in quella misteriosa cultura, di alcuni elementi che avrebbero rivestito una grande importanza per lo yoga nei secoli successivi, e che sarebbero stati recuperati in particolare nell'ambito tantrico che avrebbe dato vita allo hatha yoga: il culto della forza creatrice femminile, nella forma della Grande Dea o Dea Madre, le immagini di yoni e linga, simboli sessuali legati a riti di fertilitÓ e rappresentanti le energie archetipiche, rispettivamente femminili e maschili. Alcuni reperti sembrano anche suggerire la conoscenza di pratiche di controllo fisico e respiratorio che avrebbero potuto costituire una prima forma embrionale di yoga, forse utilizzate in ambito sciamanico, allo scopo di indurre stati di coscienza particolari, conseguire poteri magici e comunicare con le forze soprannaturali.

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La nascita della civiltÓ ind¨

La civiltÓ della Valle dell'Indo scomparve travolta dall'invasione di popoli nomadi di ceppo indoeuropeo che chiamavano se stessi Arya (nobili, congiunti). Gli Arya discesero lungo il percorso dell'Indo con cavalli e carri da guerra e, dopo essersi diffusi largamente nel subcontinente indiano, vi si stabilirono definitivamente attraverso un lungo e sofferto processo che diede origine alla civiltÓ ind¨. Dalla divisione funzionale della societÓ caratteristica di queste popolazioni nomadi nacque una rigida struttura di controllo sociale, il sistema delle caste, gerarchia piramidale ed ereditaria al cui vertice erano collocati i Brahmani, la casta sacerdotale, e nella cui base, la casta votata al servizio, confluirono le popolazioni sottomesse; dall'adorazione degli Arya per le forze cosmiche, successivamente personalizzate sotto forma di divinitÓ, nacque il vasto Pantheon ind¨, celebrato negli inni dei Veda.

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Il rituale vedico

I Veda sono i testi sacri ind¨ pi¨ antichi, composti intorno al 1500 a.C., quando il processo di sedentarizzazione degli Arya in India si era ormai completato. Il cuore della liturgia vedica Ŕ rappresentato dal sacrificio officiato dai Brahmani, depositari della scienza sacra e unici intermediari tra il mondo umano e il mondo divino. Il rito sacrificale (in origine costituito da offerte di vittime animali, poi via via sostituite da riti non cruenti) aveva nella sua manifestazione pi¨ grossolana una funzione di sostegno e di regolazione delle energie cosmiche personificate negli dÚi, che il sacerdote dirigeva attraverso l'azione liturgica allo scopo di ottenere vantaggi materiali per la comunitÓ (ad esempio, un buon raccolto).
Un diverso significato del rito sacrificale, pi¨ evoluto, nasce da un elemento che si affermerÓ come uno dei pilastri del pensiero filosofico indiano: la consapevolezza che dietro alla danza delle forze cosmiche e al dispiegarsi della manifestazione esiste un principio ultimo, unico, assoluto ma non manifesto (il Brahman), da cui tutto discende, e che rimane celato dal traboccare delle innumerevoli forme del mondo fenomenico. Il rito, spostato su un piano simbolico, viene allora compiuto per ripercorrere a ritroso il processo di discesa dall'Uno indifferenziato alla molteplicitÓ delle forme, ricostruendo cosý l'unitÓ originaria.

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Dal rito esteriore al rito interiore

Come il rito vedico anche la pratica dello yoga, fin dalle sue origini, Ŕ soggetta a due principali interpretazioni, una pi¨ utilitaristica e l'altra pi¨ spirituale.

Inizialmente la maggior parte dei cultori di discipline psicofisiche (che nei Veda sono citati come tapasvin, seguaci dell'"ardore") utilizzava queste pratiche essenzialmente allo scopo di acquisire potere, sia sul proprio corpo e sulle sue pulsioni, sia sul mondo esterno, attraverso i poteri magici che si riteneva potessero essere risvegliati dal dominio del corpo e della mente. Alcuni, per˛, le praticarono nel tentativo di trascendere la condizione umana ordinaria per accedere a una coscienza superiore, anticipando cosý la successiva evoluzione di queste discipline nello yoga classico.

Nella sua interpretazione pi¨ spirituale, lo yoga delle origini pu˛ essere considerato come un'interiorizzazione del rito sacro di ascesa dal molteplice all'Uno, descritto nel capitolo precedente.
Se il sacerdote della liturgia vedica operava infatti l'ascesa attraverso un rito esteriore, gli yogin, nell'idea di una sostanziale corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo, tra uomo e universo, attuarono questo cammino di reintegrazione attraverso un'immersione nelle profonditÓ della coscienza, alla ricerca della propria natura fondamentale, permanente e indifferenziata (Atman), che, secondo un'equazione che rappresenta uno dei cardini di gran parte del pensiero indiano, coincide con l'essenza permanente e indifferenziata dell'universo (il Brahman). Per ottenere questo alto scopo, gli yogin finalizzarono la disciplina del corpo e della mente al raggiungimento di stati di coscienza che permettessero il superamento dei limiti dell'io e dei condizionamenti che impediscono all'essere umano il riconoscimento della realtÓ ultima. Anche se molti maghi e seguaci dell'occulto continuarono a utilizzare le tecniche dello yoga allo scopo di ottenere poteri soprannaturali (le siddhi), chi praticava con intenti pi¨ spirituali consider˛ le siddhi degli effetti secondari pericolosi, che, con l'ebbrezza del potere, potevano distogliere il ricercatore dallo scopo fondamentale.

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Gli yogin nella societÓ ind¨

Per creare le condizioni pi¨ favorevoli alla pratica interiore, gli yogin intrapresero il cammino solitario degli asceti, ponendosi al di fuori della vita sociale e della gerarchia delle caste. Liberandosi dal rigido sistema di regole che costituiva la struttura della societÓ ind¨, poterono concentrare tutte le proprie energie nella loro ricerca, ritirandosi nella foresta o sulle montagne. Non erano unici in questa scelta: il percorso ascetico era consentito e previsto dalla tradizione, ed era anzi considerato l'ultima delle tappe obbligatorie della vita di un brahmano, una volta assolti i doveri familiari e sociali. Alcuni, tuttavia, lo intraprendevano appena raggiunta l'etÓ adulta, senza aver prima formato una famiglia.
Questo allontanamento dalla societÓ per dedicarsi alla ricerca interiore non corrispondeva per˛ affatto ad un'affermazione della propria individualitÓ: al contrario, la personalitÓ individuale e le tensioni egoiche erano considerate uno dei principali ostacoli al riconoscimento della propria natura profonda e al compimento del processo di reintegrazione dello yoga.

Marco Peduzzi