Quale yoga?

 

 

 

Le diverse forme di yoga della Bhagavad Gita

Lo yoga di Patanjali

Gli yoga tantrici


Una delle prime domande che ci sentiamo solitamente porre da chi scopre che insegnamo yoga è "quale tipo di yoga?". Da un lato questa domanda, che in effetti è essenziale, rappresenta un segnale molto positivo: testimonia che lo yoga è riconosciuto come fenomeno complesso e sfaccettato, non riconducibile ad una generica Tradizione astratta e fuori dal tempo. Si comprende che nello yoga esistono numerose tradizioni differenti e, molto legittimamente, si chiede a chi si sta presentando come praticante o insegnante di collocare se stesso in relazione ad esse. Raramente, però, chi pone questa domanda possiede una conoscenza sufficiente ad associare l'eventuale risposta ad un preciso quadro di riferimento, sia tecnico che culturale. Nella maggior parte dei casi bastano pochi scambi di battute per capire che questa conoscenza è confusa e carente, ricavata soprattutto da letture superficiali e da articoli che promuovono "l'ultima scoperta" nel campo dei metodi di insegnamento dello yoga. La confusione è aumentata dal fatto che oggi molti istruttori, nell'illusione che basti una nuova etichetta per dare valore ad un insegnamento, si affrettano a mettere sul mercato e a pubblicizzare il "proprio" yoga, con tanto di marchio registrato.
Nelle righe che seguono cercheremo di dare una panoramica molto sintetica delle principali forme di yoga tradizionali, facendo riferimento ai testi che le descrivono, nel tentativo di fare un minimo di chiarezza almeno rispetto a quelli che sono i punti di riferimento fondamentali. Tralasceremo le numerose forme e scuole di yoga nate nell'età moderna, che propongono per la maggior parte una rielaborazione di tecniche dell'hathayoga, arricchite da altre pratiche di rilassamento e di preparazione fisica e respiratoria di derivazione moderna, o ricavate da altre forme di yoga tradizionale.
Questa scelta è dovuta a diversi motivi, tra cui le esigenze di spazio, la correttezza di evitare una trattazione di scuole contemporanee diverse da quelle cui facciamo riferimento e la convinzione che, per cogliere l'essenza di un insegnamento, occorre risalire prima di tutto alle sue radici più antiche e profonde.

torna all'indice

Le diverse forme di yoga della Bhagavad Gita

Uno dei primi testi che parlano di yoga in modo ampio e significativo è la Bhagavad Gita ("Il Canto del Beato"), la cui incerta datazione potrebbe essere compresa tra il IV sec. a.C. e il IV sec. d.C., e che costituisce una piccola parte di un immenso poema epico, il Mahabharata.
Nella Gita lo yoga non viene ancora trattato come metodo specifico, come avverrà negli Yoga Sutra di Patanjali: il termine yoga è invece genericamente utilizzato per individuare qualsiasi disciplina tesa a realizzare l'unione con l'Assoluto (uno dei significati etimologici della parola "yoga" è proprio "unione"). Ed è proprio nell'articolazione delle diverse forme di yoga che si trovano alcuni degli spunti più interessanti di questo testo.
La Bhagavad Gita è profondamente religiosa e teista: l'Assoluto viene identificato con Dio, che si manifesta al protagonista dell'opera, il guerriero Arjuna, nelle sembianze di Krishna.
Krishna sarà per Arjuna guida interiore, Dio nel suo cuore (il Brahman coincidente con l'Atman), che lo aiuterà a dissipare i conflitti interiori e il velo di ignoranza che gli impedisce di riconoscere il proprio compito e di assolverlo. Krishna indicherà ad Arjuna il modo per collegarsi alla Realtà Ultima pur continuando ad agire nel mondo, nel suo caso combattendo come è dovere di un guerriero: ciò che conta è separare le azioni dal loro frutto, agire secondo i propri compiti, disinteressatamente e con tranquillo distacco, senza attendersi nulla in cambio come risultato. Qualsiasi azione è compiuta in questo modo come un rito, purificato da ogni desiderio e da ogni tensione egocentrica.
Questo viene chiamato karma yoga, "yoga dell'azione", e sarà la forma di yoga verso cui inclinerà colui che è maggiormente portato all'attività. Ad esso vengono affiancate nella Gita altre due forme di yoga: lo jnana yoga e il bhakti yoga.
Lo jnana yoga o "yoga della conoscenza", consiste nel liberare l'intelletto da tutte le illusioni, i condizionamenti e i preconcetti accumulati nelle esperienze passate, che impediscono il manifestarsi dell'intuizione in grado di cogliere la Realtà Ultima dentro di sé. E' la forma di yoga che attrarrà maggiormente chi è incline alla riflessione e alla speculazione.
Il bhakti yoga, tradotto solitamente come "yoga della devozione" è considerato dalla Gita, tra le tre forme, quella privilegiata. Consiste nel realizzare l'unione con Dio nell'amore, attraverso la devozione e l'abbandono totale al Signore. L'azione disinteressata viene concepita come offerta a Dio. E' la forma di yoga che troverà più affinità in chi è maggiormente incline al sentimento.
Poichè il bhakti yoga è praticabile da chiunque, la Gita può essere considerata un primo tentativo di rendere il rapporto con il divino accessibile a tutti, anche ai più umili, sottraendolo così allo stretto monopolio dei Brahmani.

torna all'indice


Lo yoga di Patanjali

Yoga-Sutra, (Aforismi sullo yoga), attribuito a Patanjali, costituisce il testo fondamentale dello yoga classico, il primo nel quale la disciplina viene presentata in modo sistematico e articolato.
La sua datazione è assai incerta, collocabile tra il II secolo a.C. e il V d.C.
Il termine sutra, in sanscrito, ha il significato di “filo”, denotando più in particolare il filo che tiene unite le perle di una collana.
Il sutra dunque, come genere letterario, consta di serie di brevi frasi concatenate l’una all’altra, concepite per essere memorizzate con facilità, e ciascuna delle quali costituiva probabilmente lo spunto da cui procedere nell’insegnamento orale da maestro a discepolo.
Lo stile che ne risulta è perciò molto spesso conciso, enigmatico e di non facile lettura.
Gli Yoga-Sutra furono così, nel corso del tempo, oggetto di numerosi commentari, due dei quali, quelli redatti da Vyasa ( VII-IX sec. ) e da Bhoja (XI sec.) restano i più conosciuti.
L’ opera, strutturata in quattro libri (Libro dell’enstasi, Libro del metodo, Libro delle facoltà soprannaturali e Libro dell’isolamento), esordisce con la definizione: yogas citta-vritti-nirodhah, ossia “ lo yoga è l’inibizione dei vortici mentali “.
La mente, proiettata verso il futuro e caricata del peso del passato, intossicata dal desiderio e dall’attaccamento, non fa che intralciare la manifestazione del vero Sé, seme divino che è in ogni uomo, alimentando al contrario l’illusione della personalità e l’identificazione con il proprio ego: sorta di equivoco metafisico che sta alla radice della sofferenza.
Solamente mettendo a tacere il rumore dei turbini psichici e ritraendo la percezione dall’esterno via via sempre più verso l’interno, sarà possibile accedere allo stato di samadhi: “enstasi”, nella traduzione di Mircea Eliade , stato in cui si compie la discriminazione tra Spirito e natura , e la mente pacificata riposa nella sua essenza quale puro principio cosciente.
Il lungo e difficile percorso che progressivamente porta a conquistare questa condizione finale di totale beatitudine è costituito dall’ashtanga-yoga, lo “yoga dalle otto membra”, esposto nel secondo libro degli yoga-sutra, il “Libro del metodo”.
Si tratta di un cammino a otto tappe che prescrive norme di comportamento e tecniche psicofisiche mediante le quali lo yogin procede nella sua ascesa spirituale e sperimenta in maniera sempre più sottile la pratica di ekagrata: la “concentrazione su un solo punto”.
Gli otto livelli dell’ashtanga-yoga sono , nell’ordine:

1) Yama, ”astensioni”: astenersi dalla violenza, dalla bugia, dal furto, dall‘attività sessuale, dal possesso delle cose.

2) Niyama, “osservanze”: purificazione ( mentale e fisica ), contentezza, ascesi, dedizione allo studio e alla preghiera, abbandono al Signore.

3) Asana, “posture”: la postura nello yoga deve essere stabile ed agevole. Questo si ottiene eliminando ogni sforzo e cercando di superare l’identificazione con il proprio corpo.

4) Pranayama, “controllo del soffio vitale”: il respiro deve diventare lungo e sottile e la padronanza delle sue diverse fasi ( inspirazione, espirazione, ritenzione ) estremamente precisa e consapevole, dal momento che il respiro assoggettato influisce sull’unintenzionalità del pensiero.

5) Pratyahara, “ritrazione dei sensi”: i sensi cessano di esercitare la loro funzione estroversa, e si unificano rivolti verso l’interno.

A questo punto lo yogin, raggiunto un primo stadio del processo di dissociazione dal mondo che lo circonda, può affrontare gli ultimi tre livelli dell’ashtangayoga, che consistono in un’ulteriore riduzione delle possibilità di distrazione attraverso l’affinarsi della percezione interiore. Considerati nel loro insieme essi prendono il nome di Samyama, “legatura insieme della mente”, e vengono definiti membri “intrinseci” dello yoga, poiché ne costituiscono l’essenza stessa; a differenza dei primi cinque che vengono invece definiti “estrinseci“, e considerati propedeutici.

6) Dharana, “concentrazione”: la mente fissa l’attenzione su un unico punto, che può essere una parte del corpo come ad esempio la cavità del cuore , o un’immagine come ad esempio il sole o una divinità, e cerca di mantenersi legata all’oggetto senza discostarsene, tornandoci ogni volta che un pensiero estraneo insorga a distrarla.

7) Dhyana, “meditazione”: il flusso dell’attenzione all’oggetto diviene costante e uniforme, senza più increspature.

8) Samadhi, “enstasi”: la mente completamente svuotata di ogni contenuto si dissolve nell’ oggetto della meditazione, in un processo in cui soggetto, oggetto e conoscenza dell’oggetto vengono a coincidere.

In realtà il cammino non è qui ancora concluso, perché esistono diverse forme di samadhi, delle quali quella detta “senza seme”, ossia senza più l’aiuto di un supporto per la meditazione, porta il praticante a riconoscersi e identificarsi quale puro Spirito, e a sperimentare lo stato di “kaivalya”, isolamento assoluto nel quale la facoltà cosciente riposa nella sua essenza.

torna all'indice

Gli yoga tantrici


Il tantrismo

In un'epoca corrispondente grosso modo al nostro medioevo, l'India viene attraversata da un vasto e dirompente movimento culturale noto in Occidente come tantrismo, che influenzerà profondamente tutta la cultura indiana e non solo.
Il tantrismo si distacca dalla visione indù più tradizionale e ortodossa, basata su una sostanziale svalutazione del mondo fenomenico che viene considerato come un prodotto di maya, l'illusione che inganna la coscienza nascondendo il Principio Unico dietro una falsa molteplicità di forme. Per i tantrici, infatti, il mondo e il suo divenire sono non solo reali, ma considerati positivamente come manifestazione divina, prodotto dell'"incontenibile gioia del Signore" che trabocca "per libero diletto nelle forme dell'essere" (M.Albanese). La salvezza e la percezione della Realtà Ultima non vengono allora dal distacco nei confronti di un mondo concepito nell'ambito brahmanico più tradizionale come prigione dell'anima, ma al contrario penetrando in profondità nei processi misteriosi che, dentro l'uomo e nell'universo, governano il grande gioco divino del dispiegarsi dell'energia e delle forme.
Nella visione tantrica tutto è sacro o può essere reso tale. Non stupisce quindi che il tantrismo recuperi elementi degli antichi culti della civiltà della Valle dell'Indo, sopravvissuti in parte anche dopo l'invasone ariana tra i ceti più umili e le popolazioni sottomesse, che sacralizzavano alberi, fiumi, grotte, animali. La Grande Dea pre-ariana risorge nel tantrismo sotto forma di Shakti, l'energia creatrice che alimenta il processo della manifestazione e che genera il tessuto del mondo.

L'hathayoga

Negli yoga tantrici la rivalutazione del mondo fisico operata dal tantrismo si manifesta nell'importanza che viene attribuita al corpo, anch'esso sacralizzato, trasformato in tempio, considerato punto d'incontro di tutti i piani dell'esistenza umana e sede privilegiata della pratica yoga.
Così l'hatha yoga, la più importante forma di yoga tantrico, descritta in testi come l'Hathayogaradipika (XV-XVI sec.) , la Gherandasamhita (XVI-XVII sec.) e la Shiva Samita (datazione imprecisabile), si compone essenzialmente di pratiche fisiche: un grande numero di asana (posture), alcune delle quali di estrema difficoltà, il pranayama inteso come insieme di pratiche respiratorie finalizzate al governo dell'energia vitale, shatkarma (pratiche di purificazione del corpo e dei canali energetici), prescrizioni igieniche e alimentari.
Queste pratiche sono fondate su una precisa e complessa fisiologia simbolica secondo cui il prana, l'energia vitale, è canalizzato nell'essere umano in un'enorme quantità di conduttori (nadi) di cui tre rivestono una particolare importanza: Ida, Pingala e Sushumna. Ida e Pingala scorrono rispettivamente a sinistra e a destra della colonna vertebrale e rappresentano il dualismo e la polarità: la prima canalizza un'energia femminile e rinfrescante, la seconda un'energia maschile e riscaldante. Sushumna scorre all'interno della colonna vertebrale e rappresenta il superamento del dualismo: la realizzazione ultima e il ricongiungimento all'Assoluto al di là delle polarità è associata nell'hatha yoga alla fusione dei due flussi di Ida e Pingala in questo unico canale centrale .
Lungo Sushumna sono disposti i principali chakra (ruote, vortici), centri di energia e di coscienza che corrispondono a differenti manifestazioni nell'essere umano dell'energia cosmica (la Shakti) e che governano ciascuno un determinato gruppo di funzioni psicofisiche. Una pratica intensa dell'hathayoga consente di portare la loro attività ad un livello inaccessibile all'essere umano ordinario, producendo una potente trasformazione sui diversi piani dell'essere associati a ciascun chakra.

 

Altre forme di yoga tantrico

Oltre all'hathayoga, nella Shivasamhita sono descritte altre tre principali forme di yoga: il mantrayoga, basato sulla recitazione di formule sacre, il layayoga, il cui scopo è la dissoluzione della mente dello yogin nel Brahman, il rajayoga, in cui sono centrali le pratiche di arresto delle modificazioni mentali e che maggiormente si ricollega allo yoga classico di Patanjali. A testimonianza di come quest'ultimo rimanga anche in ambito tantrico un riferimento assoluto, viene spesso sottolineato nei testi che ogni altra forma di yoga non è che una preparazione al rajayoga.
Alle forme descritte dalla Shivasamhita si potrebbe aggiungere il kundaliniyoga, che pone un accento particolare sulle pratiche estreme, alcune previste anche nell'hathayoga, che hanno come scopo il risveglio di Kundalini, l'energia latente rappresentata come un serpente addormentato e attorcigliato alla base della colonna vertebrale.

 

torna all'indice